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Kawasaki W 650

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Una volta c’erano le moto inglesi, belle, divertenti e gustose. Ma avevano anche tanti difetti: vibravano, perdevano olio e si smontavano. Poi sono arrivate le giapponesi, forse meno romantiche ma più moderne e affidabili. Cosa succede però quando una jap decide di travestirsi da vecchietta inglese? L’idea è venuta alla Kawasaki e si è materializzata nella W 650, bicilindrica tutta ruote a raggi e nostalgia. Per fare il verso alla Triumph Bonneville, quella vera.

Giovedí, 01 Marzo 2001

Spartaco Belloni

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COM’È Il vecchietto lo incontrammo in un piccolo pub vicino al porto, in qualche paesino del Galles. Stava in piedi a malapena, dimostrava molto di più delle due pinte vuote sul bancone di legno davanti a lui. Quando si accorse che eravamo in moto gli s’illuminarono gli occhietti furbi, non ci credeva nemmeno lui, due forestieri da rimpinzare di aneddoti! In paese non lo sopportava più nessuno, o forse non erano più disposti a credere alle sue frottole. Come quella della fiaschetta di whisky versata nel serbatoio rimasto secco della sua Triumph Bonneville. Il terribile vecchietto ci rassicurò che la moto andava, eccome!
Storie della cara vecchia Inghilterra. Chissà quanti ce ne saranno di personaggi del genere, chissà quanti aneddoti vedono protagonista una Bonneville. La Bonnie, così la chiamano gli amici, aleggia ancora tra leggende e luoghi comuni. Pisciatine d’olio, vibrazioni, bulloni da stringere, i carburatori Amal che non stanno mai a posto…è il dazio da pagare per vivere in prima persona certe storie: chi vuole andare in giro con una moto classica certe rogne deve metterle in conto. A meno che non s’imbatta nella Kawasaki W650, raffinata copia d’autore che, vista di sfuggita, sembra davvero una Bonnie. Ci riferiamo a quella vecchia, l’originale, perché è arrivata da poco anche la nuova Bonneville 800 firmata Triumph. Ma questa è un’altra storia.

Inutile descrivere le forme della W650. Esteticamente è una Bonnie, ne più né meno. Ruote a raggi, marmitte a bottiglia, parafanghi cromati, guance in gomma sul serbatoio. Quanti elementi tirati fuori dall’album dei ricordi. E il motore non poteva che essere un bicilindrico frontemarcia, nel miglior spirito dei Fabolous Sixties. La Kawasaki W650 è un po’ come quei film del passato, quelle indimenticabili pellicole in bianco e nero che una volta restaurate e riproposte in technicolor non perdono il loro fascino. Ma che non sono l’originale. Ad ogni modo, parcheggiata fuori dall’osteria o al trotto su una stradina di campagna la Bonnie-replica fa la sua scena. Piace e convince.

CICLISTICA OLD STYLE La W 650 non solo ricalca le forme della celebre musa ispiratrice d’oltremanica, ma ne riprende in toto anche lo schema ciclistico, tradizionale come su una moto del genere deve essere: un semplice telaio a doppia culla in tubi, un paio di ammortizzatori al retrotreno, forcella con tanto di soffietti in gomma. Giusta la scelta della ruota anteriore da 19", che dona alla W650 le dovute proporzioni; il bello è che anche i pneumatici ricalcano il disegno dell’epoca! Così la ruotona anteriore calza addirittura un "rigato" da lacrime di nostalgia. Unica concessione ai tempi moderni è il freno a disco (ma solo l’anteriore) un particolare che comunque non disturba, anche perché le Bonnie delle ultime serie ne erano dotate. Intestardirsi su un cigolante e inefficiente tamburo sarebbe stato anacronistico.

INFERNO DI CRISTALLO… LIQUIDO Quello che invece non va giù è un piccolo ma non insignificante particolare della strumentazione. Non ci riferiamo a tachimetro e contagiri: sono belli, classici, intonati allo stile della moto. Ma allora perché cadere sul contachilometri digitale? Non se ne poteva proprio mettere uno con le solite cifre "vere", quelle che scattano e magari si incastrano? OK, non se ne accorgerà nessuno, ma quando sei lì a guidare te lo trovi davanti ad ogni momento, ti rovina la poesia come una bella ragazza che dice le parolacce. Il fatto che quei cristalli liquidi fungano anche da orologio è una magra consolazione. Meno drammatica la situazione specchietti: quelli originali sono bruttini, ma cambiarli è un attimo. Persino sui blocchetti elettrici si poteva fare meglio, un po’ per il look, un po’ perché manca il pulsante del lampeggio.

TECNOLOGIA NASCOSTA Parliamo di cose belle, del motore, un bicilindrico parallelo antico ed affascinante fuori ma molto moderno dentro. Semplicemente è ciò che ci voleva per una moto del genere. Le sue forme morbide rievocano i tempi felici di quando si passavano intere giornate a montare e smontare. Con la W 650 non ci sarà bisogno di sporcarsi le mani, rimane solo il bello di tanti coperchietti lucidati, di un carter che lascia ancora intuire cosa c’è dentro. A proposito: le quattro valvole per cilindro, l’accensione elettronica, l’avviamento elettrico, il contralbero antivibrazioni sono cose che negli anni Sessanta si potevano solo sognare. Nella W 650 ci sono e le fanno solo un gran bene, oltretutto da fuori non si vedono. Per cui i due cilindri affiancati che stantuffano paralleli mantengono intatto tutto il loro fascino. Una soluzione curiosa è quella di alberello e coppie coniche per comandare l’unico albero a camme in testa. Cosa c’entra con le vecchie Triumph? Nulla. Al limite potrebbe avere a che fare con i vecchi monocilindrici Ducati. Però la soluzione è raffinata, per cui la "passiamo".

PRENDETELA A CALCI Un’ultima occhiata al motore ci riempie di gioia: c’è anche l’avviamento a pedale! Non dubitiamo dell’efficienza della batteria di questa motoretta ma tirare una scalciata è sempre un’operazione che ci riempie di gioia. Soprattutto se il motore si avvia con un soffio, come quello della W 650. Poca fatica per fare una gran scena davanti al bar! E anche poca spesa. La Kawasaki W 650 non te la regalano, ma non costa neanche un’esagerazione: 14 milioni e mezzo sono una cifra onesta, tenendo conto che c’è di mezzo un motore tutto nuovo, fatto apposta per lei. E poi la W 650 costa meno della nuova Triumph Bonneville (16 milioni e mezzo), anche se costa più di una vecchia Bonnie restaurata a puntino…
Non è male l’idea di un confronto a tre, ci daremo da fare. Ad ogni modo l’importatore italiano sembra non temere paragoni con la rivale DOC. Già, perché si era deciso di non importare più la W 650. Poi si è cambiata idea, forse stimolati dal duello diretto. Meglio così.


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